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Agonismo: gli atleti del sacrificio

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Quando rimaniamo a bocca aperta guardando nuotare Michael Phelphs o ci incantiamo davanti alla grazia di Roberto Bolle, inevitabilmente si pensa allo sport come elemento unificatore, come linguaggio universale, come attività che fa stare bene… questi valori affiorano alla mente di tutti, ma spesso non ci si ferma abbastanza a riflettere sull’altra faccia della medaglia.
Una volta entrati nella dimensione dell’agonismo lo sport non è più solo una questione di passione.
L’agonismo (dal greco agosmos, lotta) ha un’enorme influenza su tutti gli aspetti della vita di un atleta, a livello fisico, sociale e psicologico: tutto ruota attorno al proprio sport, il resto è secondario.

A tredici anni, quando sono entrata nella squadra nazionale italiana di pattinaggio artistico su ghiaccio, mi allenavo quattro ore al giorno per sei volte a settimana e studiavo di notte.
La mia vita ha assunto un ritmo diverso: la combinazione tra vita scolastica, gare e allenamenti ha escluso qualsiasi altra attività di tipo ricreativo che dovrebbe caratterizzare la crescita di un adolescente, come uscire con gli amici, andare a feste di compleanno o avere un hobby alternativo.
A questi livelli lo sport diventa totalizzante, non lascia spazio ad altro e l’atleta si ritrova a vivere in una costante dimensione di stress e ansia in cui esiste solo il proprio sport, per il quale si devono spendere tutte le proprie energie.
La pressione psicologica che un agonista (di qualsiasi disciplina) subisce è altissima: l’aspettativa personale, quella di allenatori e preparatori atletici e la competizione con i compagni fanno scattare, nella mente dell’atleta, un meccanismo da non sottovalutare.

atletaL’agonista non si accontenta mai di ciò che impara: una volta che un risultato viene ottenuto, diventa scontato, e viene posto immediatamente l’obiettivo successivo, più difficile da raggiungere.
Gli obiettivi devono essere raggiunti ad ogni costo, e per farlo si ricorre a restrizioni alimentari e allenamenti durissimi. Gli atleti diventano come delle macchine, non possono permettersi di essere stanchi o prendersi delle pause, altrimenti deluderebbero gli allenatori che “li rimpiazzerebbero” rivolgendo tutte le attenzioni ad atleti in condizioni fisiche migliori.

L’atleta quindi rimane intrappolato in una spirale negativa di duro lavoro e sacrificio che lo porterà a non sentirsi mai abbastanza bravo e, a causa della stanchezza, a subire degli infortuni.
Gli infortuni sono momenti molto difficili da affrontare per sportivi ad alti livelli, perché comportano una sospensione da gare ed allenamenti. In queste situazioni, gli allenatori sono i primi ad incitare gli atleti a ridurre le tempistiche di guarigione suggerite dai medici per ricominciare ad allenarsi e a “produrre” risultati.

Nel mondo del pattinaggio sul ghiaccio, si dice che un atleta “ha perso il treno” non solo quando smette di allenarsi, ma anche quando non riesce ad imparare in un determinato periodo di tempo alcuni elementi fondamentali, facendosi “superare” dai suoi compagni di allenamento e non riuscendo a mostrare le nuove tecniche durante le gare.
Un agonista non accetta quindi di fallire;  per questo, quando succede, prova una profonda frustrazione per aver lavorato e sacrificato moltissimo e non aver raggiunto il risultato desiderato. Dopo una competizione, l’atleta non è soddisfatto, non dà importanza a ciò che ha svolto correttamente, al percorso che ha fatto per poter partecipare ad una gara internazionale, ma la sua mente è tormentata da quei piccoli errori che hanno dato vantaggio agli avversari.

Avversari che molte volte comprendono anche i propri compagni di allenamento, con cui purtroppo non si riesce a stringere una vera amicizia a causa della continua tensione della competizione.

atletaUn atleta agonista, quindi, deve avere un fisico forte e deve essere in grado di sostenere tutte le dinamiche psicologiche che il suo sport comporta.
Ma fino a quando una persona è disposta a sopportare tutto questo? Questa è la domanda che si pongono tutti gli atleti che, raggiunta una certa età, si sono resi conto di aver sacrificato gli anni più belli della propria vita senza essere diventati dei campioni di fama mondiale, di non aver raggiunto i livelli di Nadal nel tennis o di Carolina Kostner nel pattinaggio.
Questa è la domanda che mi sono posta anch’io due anni fa, dopo il mio quinto infortunio. L’estate in cui abbandonai la mia carriera agonistica (che stavo portando avanti da 14 anni), ho deciso di ascoltare il mio corpo, rispettarlo, e sviluppare quelle passioni che avevo sempre lasciato da parte per il pattinaggio.
Una volta chiuso il capitolo dell’agonismo, mi si sono aperte moltissime porte: ho vinto una borsa di studio di un mese in Giappone, ho imparato la lingua giapponese, ho scoperto di avere una grande passione per le materie scientifiche, ho conosciuto molte persone e sono entrata in contatto con realtà diverse.
Purtroppo, ci si rende conto di quante cose si possono fare oltre al proprio sport solo dopo che si è usciti dalla spirale frenetica dell’agonismo, e si capisce che molte volte le cose vanno prese con più leggerezza solo dopo alcune sconfitte.

E’ importante, quindi, saper distinguere il “fare sport”, inteso come mantenersi in buona salute e avere un gruppo di amici con cui sfogarsi dopo la scuola o il lavoro, dal “fare agonismo”.
L’agonismo è disciplina, è una scuola di vita che non perdona.

Tuttavia, quando ho smesso di essere un’agonista, ho pensato a tutto quello che mi ero persa della mia adolescenza, e ho capito che il pattinaggio mi aveva trasmesso dei valori che mi sarebbero stati utili per tutta la vita.
Grazie all’agonismo ho capito quanto bisogna impegnarsi per ottenere un risultato, che nessuno nella vita regala niente e ho conosciuto lo spirito di sacrificio.
Senza l’esperienza agonistica, probabilmente non sarei in grado di affrontare le situazioni difficili e non sarei la persona che sono adesso.

Camilla Cappellin

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