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E la Giordania?

Davvero un bell’articolo quello del nostro ex alunno Eugenio Dacrema.
Contenti di averlo avuto nella nostra scuola.
https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/focus-paese-giordania-21309

Petra

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Soluzioni della prova di matematica 2018

Sul sito dell’Università Bocconi, come tradizione, troviamo le soluzioni delle prove di matematica dell’Esame di Stato 2018: http://matematica.unibocconi.it/articoli/maturit%C3%A0-2018-la-prova-di-matematica

 

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Piccoli lavoratori in un grande mondo lavorativo

Il progetto dualità scuola-lavoro con la società Allianz nasce nell’ottobre del 2016 quando circa trenta ragazzi provenienti da vari licei e istituti tecnici, sono stati coinvolti in tale percorso formativo. Un anno dopo, il progetto è stato riproposto e vede il coinvolgimento, tra gli altri, di undici studenti provenienti dall’istituto Calvino.

In cosa consiste?

Il progetto dualità scuola-lavoro di Allianz Italia è stato suggellato da un protocollo d’intesa tra Allianz e il Ministero dell’Istruzione dell’Università e della Ricerca. L’iniziativa che ha origini dalla tradizione duale tedesca, ha voluto accompagnare “per mano” sessanta studenti dei licei ed istituti tecnici milanesi per farne dei “giovani lavoratori”.

A giugno dello scorso anno Allianz Italia ha aperto la seconda edizione del progetto. Il percorso ha avuto inizio con la presentazione del progetto agli studenti delle scuole interessate. In seguito ad una selezione interna gli studenti hanno affrontato un colloquio con le referenti dell’iniziativa.

Infine, terminati i colloqui, la nuova generazione di “giovani lavoratori” è stata chiamata a partecipare ad una riunione con le loro famiglie in azienda. L’obiettivo di tale riunione è stato quello di spiegare nei minimi dettagli a cosa gli studenti-lavoratori sarebbero andati incontro.

Trattandosi di “dualità scuola-lavoro” e non di “alternanza scuola-lavoro”, gli studenti sono stati effettivamente assunti come dei veri e propri dipendenti Allianz tramite un contratto di apprendistato della durata di due anni.

I ragazzi sono stati impegnati per 22 giornate durante l’anno scolastico (circa 3 volte al mese) in cui, invece di andare a scuola, si recavano a “lavoro”.

Durante le giornate di formazione in aula, gli studenti hanno approfondito la struttura aziendale tramite le testimonianze dei colleghi “senior” e la somministrazione di casi pratici, chiamati “business games”.

Oltre a conoscere meglio le aree aziendali, i giovani hanno avuto la possibilità di sviluppare delle soft skills, competenze trasversali, come il team working, l’importanza di lavorare in gruppo, l’utilizzo di una comunicazione efficace ed il public speaking.

Tutte queste competenze hanno portato gli studenti ad acquisire maggiore fiducia in loro stessi e maggiore sicurezza nel mettersi in gioco.

Al termine della formazione, i ragazzi hanno affrontato un colloquio con i capi delle aree aziendali a cui sono stati assegnati. Questo perché durante il periodo estivo, appena terminata la scuola, i giovani dipendenti Allianz inizieranno un percorso “on the job” dove metteranno in pratica tutte le competenze acquisite.

“Questo progetto rappresenta una grandissima opportunità per noi ragazzi in quanto la finalità non è semplicemente quella di coprire il monte ore per accedere alla maturità. E’ qualcosa di molto più grande, pensato affinché noi giovani avessimo la possibilità di cominciare a conoscere il mondo del lavoro in maniera più approfondita, al fine di formare una nuova generazione di lavoratori.

Da grandi possibilità derivano anche grandi responsabilità.

Essendo Allianz un’importante multinazionale, sono necessarie una grandissima dose di buona volontà, nonché voglia di imparare e di mettersi in gioco, poiché ricevendo tanto da questa azienda, è giusto e necessario ricambiare con il massimo delle nostre possibilità.
Sappiamo bene che questo percorso ci sta aprendo molte porte per il futuro, ed è per questo che tutte le volte che varchiamo l’ingresso dell’imponente torre Isozaki, ci impegniamo al massimo per imparare il più possibile e allo stesso tempo per dare tutto il nostro contributo.

Questo percorso ci ha permesso di acquisire maggior fiducia in noi stessi e maggior sicurezza nel metterci in gioco, ma anche di migliorare le relazioni con gli altri utilizzando un comportamento assertivo ed empatico. C’è anche chi ha scoperto quali sono i suoi punti deboli ed ora sta lavorando per correggersi e migliorarsi.

Il nostro percorso non è giunto nemmeno a metà ma già ci sentiamo parte del fatidico mondo del lavoro che, a pensarci bene, non ci è nemmeno poi così lontano.

Grazie all’esperienza che stiamo vivendo ci siamo resi conto che noi ragazzi siamo una risorsa ed un arricchimento per l’azienda stessa”.

                                                 Raza Niccolò, Vasquez Giulia, Vella Martina 

                                                                                                          IV B ITE

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La scuola che vorrei

Solitamente il passato è errore, il presente è redenzione ed il futuro è rinascita.

Questo funziona sia nelle religioni e riadattandolo anche nelle scienze, ovunque.

Funziona o funzionava?

Nietszche, 130 anni fa, aveva previsto che saremmo andati incontro ad una società nichilista, senza uno scopo.

Il problema, infatti, è che ora sembra manchino le prospettive “rosee” per il futuro, anzi ora sembra mancare proprio il futuro.

Tutto ciò ha effetti devastanti sulla psiche di ogni uomo, in primis sui ragazzi.

Basta osservarli…

Insegno matematica presso l’istituto superiore Calvino di Rozzano. Sono un insegnante di potenziamento e spesso mi ritrovo a lavorare con un gruppo ristretto, questo mi permette di interagire meglio e conoscerli più a fondo.

A volte non hanno passioni, brancolano nel buio, sono senza curiosità, non riscontrano l’utilità e la funzionalità di quello che fanno, non riconoscono e quindi non rispettano neanche le figure degli insegnanti, ormai sempre più evidenziato dalle ultime vicende di cronaca.

Questa generazione sembra essere lo specchio di questa nuova inclinazione.

Sempre più spesso ci imbattiamo in frasi avvilenti: “ la scuola non serve a niente”, “ è tutto inutile” o in genitori che criticano la figura degli insegnanti dinanzi ai figli, provocando in loro crisi affettive, togliendo ai figli nuove figure di riferimento, indispensabili per la loro crescita nel periodo infantile e adolescenziale.

Non si rendono conto del male che gli infliggono.

Il pesce puzza dalla testa.  Lo stato italiano è tecnicamente fallito. Uno stato che effettua tagli alla sanità e alla formazione, non può non considerarsi tecnicamente fallito.

Se è lo Stato a non riconoscere l’importanza dell’istruzione, come possono farlo i suoi figli?

Non scendo in merito ad analisi e considerazioni economiche e politiche, mi concentro solo sul problema maggiore: i giovani e la loro difficoltà nell’occupare un posto nel mondo.

Inutile aspettare una riforma della scuola considerevole, inutile attendere il cambiamento e miglioramento della nostra classe politica, andrà sempre peggio! Il numero per classe sarà sempre quello! I precari saranno sempre più precari! I tagli aumenteranno ecc ecc

Qualcosa dobbiamo pur farla! Ma cosa?

Nel nostro piccolo dobbiamo impegnaci per regalar sogni e speranze! Il futuro è dei giovani! Se vogliamo di nuovo credere nel futuro, è dai giovani che dobbiamo partire!

Noi insegnanti abbiamo l’obbligo morale di fornir loro un valido modello, dobbiamo infondergli sicurezza e speranza, devono saper che è tutto nelle loro mani, che l’oceano è composto da singole gocce, che tutto è possibile se si crede e se si raggiunge massa critica.

Certo è che Il paradigma educativo è cambiato! Dobbiamo adeguarci! Fare l’insegnante oggi è davvero difficile! Non dobbiamo esser solo brillantemente preparati, ora è necessario anche aver un’ottima dose d’empatia, saper ascoltare, saper osservare.

Saper stimolare la vita, lasciandola libera di svilupparsi.

Stimolare il pensiero critico, sostenere una comprensione e un’esperienza del mondo basata sulla conoscenza e non sul pregiudizio.

Insegnare che il razzismo è stupidità e che confrontarsi con altre culture è arricchimento.

Imparare a rispettare tutti i generi e tutti i corpi, a non praticare bullismo a non insultare chi è diverso da loro.

Educare al rispetto della persona nella sua identità più profonda, facendo emergere tutte le potenzialità che identificano il ragazzo stesso, agevolare la formazione di un bagaglio di autostima con cui affrontare la complessità della vita per scegliere in libertà e sicurezza.

Questi i doveri di ogni educatore, insegnante e/o genitore che sia.

E’ sempre così? Sarà questa una delle ragioni per cui la scuola, nello specifico, a volte fallisce?

Cosa stiamo sbagliando nella comunicazione “orale”?

Cosa manca? Perché la scuola non riesce a contrastare neanche un po’ questa ondata di violenza?

Che caratteristiche devono avere i docenti per sovvertire questo spiacente fenomeno dell’irriverenza?

Solitudine, rabbia, frustrazione, impoverimento di valori, disorientamento, disinteresse e quindi ignoranza; questo il quadro che spesso emerge. Come possiamo fare per combatterlo? Per aver la speranza di un futuro migliore, ricco di cuori traboccanti e menti fervide d’idee?

Un bambino entra nella scuola con un’infinita curiosità e ne esce, già al termine della scuola primaria,  demotivato.

Va rivista la didattica? il modo d’insegnare? O semplicemente il modo di approcciarsi?

Galimberti sostiene:

“A scuola si trasmette un sapere strutturato che non sempre corrisponde all’ interrogazione che ha sollecitato la curiosità del bambino, per cui tra il sapere impartito e la domanda iniziale inevasa si produce quella distanza che genera disinteresse. Infatti non si può avere una vera partecipazione a risposte che evadono le domande con cui il bambino cerca di orientarsi nel mondo, chiedendo chi l’ha fatto, e perché è così malvagio, e che necessità c’ è di morire, e perché non tutti i bambini sono bianchi, e non tutte le parole si capiscono. Queste domande non sono ingenue, sono radicali; offrono pochi giri di parole alle risposte e vanno evase non con un discorso che dice: «Le cose stanno così», come di solito fanno i saperi che si impartiscono a scuola, ma con un discorso, come quello filosofico, che insinua il sospetto che potrebbero anche essere diversamente. Questo sospetto, che non sigilla la domanda in una risposta, ma la tiene aperta a un ventaglio di possibili risposte, tutte giustificate dalle rispettive argomentazioni, apre il campo alla pluralità delle opinioni, quindi alla tolleranza, quindi alla democrazia, figlia della tolleranza”

Un fare troppo strutturato e rigido e motivazioni interne alla famiglia, possono indurre un ragazzo di 17 anni ad abbandonare la scuola e se ciò accade, abbiamo fallito tutti!

Certo non c’è niente di male nel dedicarsi al lavoro, ma l’insofferenza che lo spinge a tirare i remi in barca, quella no! Non deve  lasciare indifferenti!

Ogni ragazzo che abbandona equivale ad un pezzo del nostro futuro che si sgretola. Siamo tutti interconnessi.

Alcuni  veterani sostengono: «la scuola non fa per tutti! Non tutti sanno sostenere dei sacrifici ed impegnarsi! È un naturale processo di eliminazione.»

Può darsi abbiano ragione, ma c’è qualcuno che gli ha trasmesso il piacere della conoscenza prima? C’è qualcuno che non gli ha sradicato la curiosità con saperi troppo strutturati? C’è qualcuno che gli ha trasmesso quanto importante sia una conoscenza non esclusivamente finalizzata al semplice voto? c’è qualcuno che si è preoccupato di non omologarli e giudicarli in base al Q.I.?

Negli ultimi anni c’è una maggiore consapevolezza della necessità di  umanizzare il sapere.

Si parla di didattiche più interattive, dando  maggior spazio agli studenti ed è per questo che ho deciso di coinvolgerli.

Abbiamo chiesto ad alcuni alunni di analizzare le criticità riscontrate sulla loro pelle,  in particolar modo gli studenti  di 4 B dell’istituto superiore Calvino di Rozzano hanno avuto la possibilità di far sentir la loro voce.

Ringrazio il prof. Antonio Cannata per avermi aiutata in questo progetto e la dirigenza per aver avallato questa idea.

Questa è la predisposizione che potrebbe far la differenza! Questo è l’ambiente di cui tutti abbiamo bisogno per rinascere.

E’ stato possibile raggruppare i pensieri dei nostri alunni :

1) Necessità di creare una buona cooperazione

 “..Con un clima sereno ne beneficeremmo tutti. Gli insegnanti sarebbero più motivati a far il loro lavoro e gli alunni otterrebbero maggiori rendimenti” Sara V.

Niccolo ne sottolinea l’importanza affinché la scuola adempia alla sua funzione principale: “aiutare gli alunni affinché un domani possano essere cittadini del mondo  e possano credere in valori che aiutano la società a rinascere.”

Un obiettivo ostacolato da alcune criticità riscontrate dallo stesso Niccolo:

  • studenti che vivono la scuola con ansia, non sentendosi capiti e ascoltati;
  • professori che rimangono amareggiati e demoralizzati per non esser riusciti a trasmettere la loro passione;
  • famiglie che non credono nel valore educativo della scuola

Sara aggiunge che un altro impedimento al raggiungimento di un buon grado di complicità è dovuto alla precarietà dell’insegnante che in tal modo non avrà mai tempo per conoscere fino in fondo i suoi alunni e viceversa.

Virtuoso è il pensiero di Eleonora:

A tal proposito è necessario che l’ambiente sia visto come un luogo dove poter esprimere sé stessi, meglio essere sé stessi. Esprimersi liberamente senza esser giudicati o peggio condizionati in un ambiente che ci accompagna nella crescita, è essenziale.

Credo fermamente che in una società come questa dove non ci si sente mai abbastanza, sia fondamentale, almeno a scuola esser supportati da persone adulte, invece d’esser demoralizzati. Affinché ci aiutino nello sviluppo della sicurezza interiore di una persona, in particolare di un adolescente”.

Per Sara V. alcuni insegnanti dovrebbero evitare i paragoni, così facendo finiscono per esaltare sempre gli stessi e mortificare gli altri, imbattendosi nella affannosa questione delle “etichette”.

Sara S. sostiene che dovrebbero sottolineare le risorse di uno studente e non solo i difetti e aggiunge:          “ non bisogna essere delle eccellenze nel vita per valere qualcosa”

Vanessa si spinge ancor più a fondo nell’analisi, notando che a volte gli insegnanti dimostrano una “critica” se cosi’ si può definire, verso la propria personalità. L’alunno viene “visto” come un voto che rispecchi i suoi valori, le sue doti e le sue capacità.

“E’ doveroso superare i pregiudizi e le prime impressioni, solo cosi si sentirà valorizzato o compreso dai suoi insegnanti e saprà anche superare problemi futuri, aumentando in questo modo, la fiducia in sé stesso.” Chiara

2) L’età degli insegnanti

Olga denuncia e sostiene che molti dei  professori di età avanzata non hanno interesse  a relazionarsi con gli alunni, che prima di tutto son persone con una vita extrascolastica e con pensieri propri oltre che algebrici, chimici o filosofici .

Matteo  motiva la mancanza d’interesse rintracciandone la causa nella diversità delle esigenze e dell’ambiente in cui sono cresciuti.

Per sopperire a tale mancanza, Olga sostiene che  uno dei punti principali su cui la scuola italiana deve lavorare, è spronare i professori ad interagire con i propri studenti. Servirebbero dei corsi finalizzati a prepararli all’ascolto e alla comprensione dei pensieri e delle riflessioni dei ragazzi.

Simone sottolinea che la solarità, l’ascolto e la comprensione sono aspetti chiave e che lasciare del tempo per la conversazione agevola l’apprendimento e migliora il clima in classe, rendendo gli studenti più partecipi.

Ed io aggiungerei, sempre d’accordo con Galimberti, che occorrono insegnanti carismatici. Una qualità che non deve esser necessariamente interconnessa con l’età.

3) Modalità di far didattica

Ilaria chiede di dedicare del tempo alla cultura generale e contemporanea per preparare i ragazzi al mondo che li aspetta, discutere e analizzare varie situazioni problema, fare più uscite scolastiche e più lavori di gruppo, aiuterebbe a socializzare di più e a creare un ambiente sereno e più unito.

Occorre rendere partecipi gli studenti della realtà scolastica e delle decisioni inerenti, con un’adeguata circolazione di notizie ed informazioni, ma anche fare in modo che le lezioni siano più attive e dinamiche, proponendo attività che permettano ai ragazzi di relazionarsi tra loro, senza nessun escluso.  Diana

Bisognerebbe enfatizzare le interconnessioni con la realtà ed evitare frasi come “ragazzi non c’è tempo, dobbiamo andare avanti”. Matteo dichiara che tutto ciò fa capire che in realtà a scuola non esiste  un vero rapporto tra docente e alunno.

Niccolò continua la sua analisi e aggiunge: “È molto più importante la modalità con cui viene trasmessa la conoscenza che non la conoscenza in sé”.

Alessandro esprime un concetto tanto semplice quanto miliare: “ quando ci si accorge di cominciare ad amare la scuola, i compagni di classe e i professori è da qui che si inizia ad imparare le cose essenziali della vita”.

Molto è possibile fare per infondere nei cuori la speranza e per coltivare il sogno di una comunità intelligente che tutte e tutti dobbiamo costruire; quella comunità che include, che si prende cura, che restituisce dignità contro ogni violenza. Per un mondo per davvero migliore.

Lo spirito che ogni soggetto coinvolto nell’istituzione scolastica, deve adottare è ampiamente riassunto nella lettera scritta da Giulia:

 

Cari docenti, cari studenti

È necessario ricordarvi che la scuola è un organo.

E’ composto da docenti, studenti, personale ATA ovvero i collaboratori scolastici.

Il compito di tutti è collaborare per raggiungere un obiettivo: la formazione/crescita di Persone in grado di inserirsi nella società

Sulla base di ciò, credo che sia importante ricordare il ruolo di ciascuno all’interno di questo organo.

Particolare attenzione è da dedicare all’insegnante, il cui ruolo è mal interpretato. Egli si deve porre come maestro e guida che è ben diverso da “amico” o “rivale”. I docenti rappresentano la società con cui dovremmo e siamo portati a interagire. L’insegnante quindi non deve solo impartire nozioni e stimolare l’intelletto; il suo ruolo è anche prestare ascolto. Perché potrebbe imparare qualcosa anche da un suo studente che solo in queste circostanze va ritenuto al suo “pari”.

Ora mi rivolgo agli studenti, poveri studenti colpevolizzati, sempre presi di mira, mai ascoltati! Vi è mai venuto in mente che forse valete di più? Vi è mai venuto in mente che per esser considerati di più dovete mostrare maggiore maturità?

Vi è mai venuto in mente che se foste consapevoli del vostro potere e dovere all’interno della scuola forse vi sentireste meno “oppressi”?

Ebbene si, perché cari studenti, i docenti sono qui per offrirci un servizio che noi meritiamo e necessitiamo.

Perciò è necessario ricambiare con rispetto e soprattutto fiducia.

E’ necessario che impariate ad essere all’altezza, è importante che mostriate maturità per pretendere che il resto della “società scolastica” vi dia considerazione.

 

Possiamo farcela e ricordiamoci quello che Pier Paolo Pasolini diceva: A restare divisi si avranno solo libertà concesse e mai libertà conquistate

 

Mariateresa Princigalli

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Europa orientale ai tempi della Confederazione polacco-lituana

Matejko Jadwiga
Jadwiga Andegaweńska, conosciuta in italiano come Edvige di Polonia o Edvige d’Angiò, nel 1384, all’età di soli 11 anni venne incoronata re di Polonia. Ottenne il titolo di re per indicare che regnava per suo diritto e non come consorte del sovrano. Sua madre era discendente della casa reale dei Piasti, un’antica dinastia polacca, mentre suo padre, Luigi I d’Ungheria, apparteneva alla casa d’Angiò e fu re d’Ungheria e re di Polonia.

Inizialmente era stata promessa in sposa a Guglielmo I d’Asburgo, ma poi il matrimonio venne annullato per stringere un’alleanza con la Lituania. Jadwiga sposò così Jogaila, il principe pagano della Lituania, che si convertì al cattolicesimo e assunse il nome di Władysław Jagiełło (Ladislao Jagellone). Senza compromettere i diritti di Jadwiga, venne incoronato anch’egli re di Polonia. Il governo dei due sposi sarebbe quindi paragonabile a una sorta di diarchia, che durò fino al 1399, l’anno della morte di Jadwiga.

Jagiełło, invece, rimase sul trono per altri 35 anni, diventando il capostipite della dinastia degli Jagelloni, che regnerà in Polonia e in Lituania fino al 1572.

albero genealogico Jagelloni

albero genealogico degli Jagelloni

Jagelloni

Sovrani Jagelloni

Oggi Jadwiga è la santa patrona delle regine e della Polonia. Sul suo conto sono nate numerose leggende e la devozione del popolo polacco nei suoi confronti è immensa tutt’oggi. Viene ricordata come una regnante intelligente e benevole verso i suoi sudditi. Finanziò l’Università Jagellonica, la seconda più antica università dell’Europa orientale, frequentata da personalità come Niccolò Copernico, Jan Sobieski e Papa Giovanni Paolo II. Leggi il resto »

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Tutti delinquenti?

Uno degli argomenti che molti partiti hanno utilizzato e, in alcuni casi, strumentalizzato, durante le ultime elezioni politiche svoltesi in Italia, è stato quello dell’immigrazione e delle conseguenze che tale fenomeno sta portando nel nostro paese.
Oltre alla difficoltà di trovare un lavoro e la conseguente paura che questo possa venire sottratto alla popolazione autoctona, gli argomenti maggiormente utilizzati dalle campagne elettorali sono stati quelli relativi all’ordine pubblico, e al fenomeno della delinquenza della popolazione straniera.
Quindi ho pensato potesse essere interessante proporlo, come oggetto di discussione, nel blog della scuola e per farlo ho scelto di riassumere un capitolo del libro di Stefano Allievi e Gianpiero Dalla Zuanna Tutto quello che non vi hanno mai detto sull’immigrazione, pubblicato dalla casa editrice Laterza, perché tratta questo argomento utilizzando dati statistici e, quindi, obiettivi.

La paura dello straniero ha una base fondamentale: il tasso di criminalità. Esso ha solidi fondamenti statistici ma, spesso e volentieri, a questi dati non vengono affiancate delle specificazioni che cambierebbero completamente il significato dei dati stessi. La domanda a cui si cerca di rispondere è la stessa che molti italiani, soprattutto negli ultimi anni, si pongono, ovvero “Gli stranieri delinquono più degli autoctoni?”. Leggi il resto »

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Incontro con ONG Vento di Terra

Venerdì 16 Marzo abbiamo avuto il piacere di incontrare Massimo Annibale Rossi, membro della cooperazione internazionale “Vento di Terra”, che svolge la sua attività nei territori di frontiera con lo scopo di difendere i diritti umani e dell’ambiente.

La protagonista dell’incontro è stata la Palestina, terra martoriata nel corso della storia. La situazione in questo lembo di terra continua ad essere allarmante. Le origini del conflitto risalgono alla Prima Guerra Mondiale. Con la dichiarazione di Balfour del 1917, la Gran Bretagna dichiarò l’intenzione di destinare una porzione di questo territorio a tutti gli ebrei sparsi per il mondo e nella stessa Palestina. Questa dichiarazione però si scontrava con gli accordi presi con gli arabi (i britannici avevano promesso la Palestina a questi ultimi). Iniziarono così i primi atti di violenza ed opposizione fra popolazione araba ed ebraica. La situazione continuò a svilupparsi ed espandersi, tanto che oggi l’88% del territorio è in possesso di Israele.

Questo conflitto ha comportato l’isolamento e la frammentazione della popolazione palestinese, la privazione di diritti e una condizione di “senza patria”. Inoltre Israele impone pesanti restrizioni sull’economia e continua tutt’oggi a vietare la costruzione di altri campi e di scuole (arrivando addirittura ad erigere un muro), in particolare nella Striscia di Gaza.

I primi a subire gli effetti di questa drammatica situazione sono i bambini, i quali, ritrovandosi quotidianamente davanti agli occhi le conseguenze del conflitto, dello squilibro e dello spazio negato, rischiano di sviluppare a loro volta una forma di aggressività e di perdere la loro identità culturale.

In questo scenario perciò la scuola assume grande importanza, perché oltre ad insegnare nuove nozioni, permette di conoscere quali siano i valori più importanti e consente inoltre di rafforzare un’identità.

A tal fine “Vento di Terra” ha dato vita al progetto “Scuola di gomme” con l’obiettivo di costruire delle scuole, utilizzando semplici materiali che i volontari avevano a disposizione, come ad esempio i pneumatici. La scuola è un simbolo che rappresenta il futuro, offre ai bambini un luogo sicuro e accogliente.
La vita di questi bambini non è facile, in quanto a causa dei bombardamenti hanno visto perdere tutto ciò che avevano, ed è possibile comprenderlo tramite le loro testimonianze:

“Sogno di vivere in una casa grande, dove posso avere la mia stanza da sola, dove nessuno mi disturba e dove posso tranquillamente giocare e dormire”

(Marah, 12 anni)

“Nel campo vorrei che ci fossero i giardini con degli alberi e dei fiori, ristoranti per le famiglie e centri per il divertimento, campi da gioco e biblioteche”

(Rawan, 12 anni)

Sono i bambini i futuri uomini chiamati a fare delle scelte, e la loro mentalità, che grazie alle scuole è più aperta, permetterà loro di compiere delle scelte fondate sulla pace.

Questo è un piccolo grande passo per salvare il conflitto e rendere possibile lo sviluppo di questa terra.

Sviluppo è “evoluzione”. Noi persone ci possiamo identificare come esseri “evoluti” perché siamo sempre riusciti, sin dai tempi antichi, ad adattarci e a crescere, migliorando le nostre condizioni sotto tutti i punti di vista.

Pertanto dobbiamo chiederci: perché noi umani, così “evoluti”, continuiamo a farci del male reciprocamente per il possesso di un “pezzo di terra”, quando la miglior soluzione è la condivisione? Perché decidere di distruggere il futuro di migliaia di giovani, togliendo loro il diritto di ricevere un’istruzione?

Perché, se siamo così tanto evoluti, ci ostiniamo a voler portare avanti una guerra che nessuno può vincere, da solo?

Con questo non vogliamo denunciare tutto quello che di sbagliato sta accadendo nel mondo, o più nello specifico in Palestina. Ma, essendo un pensiero, vogliamo far pensare e riflettere. Riflettere su quanto noi persone siamo incoscienti e materialisti. Su come, in un’epoca di continua ed insistente condivisione sui social network, non siamo capaci di condividere la vita, quella reale.

 

Tagliabue D., Talamona V., Vasquez G., Vella M., Vitalini S., IV B ITE

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Sulla pronuncia della parola joule.

La parola joule indica l’unità di misura dell’energia nel Sistema Internazionale. Deriva dal cognome di James Prescott Joule, fisico inglese del 1800. In Italia la maggior parte delle persone lo pronuncia giaul, scritto all’italiana, [‘dᴣaul] nell’alfabeto fonetico internazionale, mentre secondo me va pronunciato giul, scritto all’italiana, [‘dᴣu:l] nell’alfabeto fonetico. Questo perché il fisico Joule pronunciava così il proprio cognome, come si evince dai dizionari inglesi, dai siti web specializzati in pronuncia e ascoltando persone di nazionalità sia britannica sia statunitense. Sarebbe accettabile la pronuncia diffusa in Italia, se fosse una italianizzazione, cioè la pronuncia di una parola straniera secondo le regole della lingua italiana, come stoccafisso per stockfish, Cartesio per Descartes, oppure mit invece di em ai ti per indicare il Massachusetts Institute of Technology, cidì invece di sidì per indicare i compact disk, e così via. Allo stesso modo trovo corretto che i francesi mi chiamino Lombardò, mentre il mio cognome in italiano è Lombàrdo, questo perché i francesi seguono le loro regole di pronuncia. Ma nel caso della pronuncia diffusa in Italia di joule, non è una italianizzazione, perché non segue le regole della pronuncia italiana. Chi pronuncia così lo fa perché è convinto di usare la corretta pronuncia inglese. [‘dᴣu:l] sembra loro francese. In effetti pare che la famiglia di Joule sia di origine belga francofona, ma al di là della origine della pronuncia di Joule, il problema è che in inglese la pronuncia è questa, e non [‘dᴣaul]. Succede lo stesso con la parola stage, che in Italia si usa al posto della parola tirocinio, e che molti pronunciano all’inglese, mentre è francese e deve essere pronunciato alla francese. Ammetto che l’uso fa la regola, e che spesso ho dovuto pronunciare secondo l’uso, anche se sbagliato, per essere capito. Ma credo che bisogna sempre essere consapevoli della corretta pronuncia, e che è bene tentare di pronunciare correttamente, almeno finché l’uso sbagliato non entri definitivamente nella lingua ufficiale. Meditate gente, meditate.
Luigi Lombardo

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Per una briciola

Un grande masso spinto sulle pendici di un monte verso il suo crinale
Soccombe
Ad un piccolo sasso lasciato cadere dall’alto.

 

P.U.J.S.V.

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Arnaud Beltrame, eroe anche per noi

Arnaud Beltrame

il tenente colonnello Arnaud Beltrame

Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici.
Gv, 15,13

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