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La parola ai protagonisti

Festival di Teatro dei ragazzi – Marano sul Panaro – 23/24 Aprile 2015

 

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Paolo – 4 B liceo

Tutto parte da un viaggio,  un viaggio in treno, un viaggio insieme, un viaggio di vita. Eccoci a Rogoredo, alla ricerca dell’orario e del binario del nostro treno per Bologna. E il treno,  con il suo solito ritardo,  arriva: tutti pronti per vivere una nuova avventura. Un gruppo di ben ventun ragazzi accomunati da una comune passione: il teatro, o meglio, il recitare. Inizia così la nostra prima avventura “in esterna”: presentare il nostro spettacolo al Festival di Marano sul Panaro. E così arrivati, dopo aver cambiato un altro treno,  a Vignola,  ci troviamo ben presto a fare le prove del nostro spettacolo su Calvino. Una prova generale” tecnica”,  senza pathos e senza emozioni,  ma che ci dà già un grande senso di forte unione: ormai siamo diventati gruppo. Ci siamo poi fermati a vedere una rivisitazione contemporanea di “Romeo e Giulietta”  da parte di una scuola teatrale di San Marino.  Con loro e, il giorno successivo, con degli attori di Verona abbiamo instaurato un rapporto di amicizia. Ed è stato anche questo un aspetto molto positivo del Festival: un punto di incontro tra giovani coetanei. Poi è toccato a noi salire in scena: l’emozione si faceva sentire sin dalle prime ore del mattino e alle. 8.30 circa eravamo già in teatro per poter fare un oretta di training prima di andare in scena. Un training intenso per poter far salire l’energia,  che normalmente la mattina è molto bassa,  poi dieci minuti di concentrazione e di silenzio e poi in scena. Sicuramente l’inizio non è stato dei migliori, eravamo in mezzo a ragazzi delle scuole che erano in teatro solo per poter perdere qualche ora di lezione,  ma noi tutti, stringendo i denti  e cercando di esser sempre composti, anche davanti a persone che ti ridevano letteralmente in faccia, abbiamo portato a casa lo spettacolo. E dopo la seconda tornata di applausi, come insegna il buon Marco Pernich, ci siamo finalmente distesi e rilassati dopo uno spettacolo così difficile per le condizioni. La giornata è poi andata avanti con lo spettacolo di quelli di Verona che hanno portato in scena uno strano spettacolo sul rapporto adolescenti-tecnologia-adulti che da noi è stato molto apprezzato per la caratterizzazione dei personaggi e la semplicità della trama, che sicuramente si avvicinava molto al nostro lavoro “scolastico”. Per concludere la giornata abbiamo assistito e partecipato ad una strepitosa lezione sullo scrivere, o meglio sull’inventare una storia,  a partire da delle lettere a caso. Infatti a partire da una lettera pescata alla volta siamo arrivati a scrivere un’assurda storia: una quaglia che balla un tango in palestra è attaccata da un armadillo di nome Pepito. Poi il ritorno in treno: la felicità di tornare dopo due giorni piuttosto faticosi, ma anche la tristezza di lasciare un luogo dove abbiamo vissuto un’esperienza così intensa. Con questi due giorni credo che il nostro gruppo teatrale non solo è diventato più “forte” ma soprattutto più unito: un gruppo di amicizia.

 

Mariaelena – 5 C liceo

Sono partita carica, o meglio, sovraccarica di emozioni e preoccupazioni. Ad essere sincera non ero tanto convinta di voler partire. In un periodo in cui ansia e tristezza dominavano alternativamente le mie giornate non mi sentivo in grado di reggere più nulla di nuovo o inaspettato. Volevo restare nella mia “comfort zone” e chiudermi nella sicurezza della routine e dello studio. Ma non potevo tirarmi indietro perché, chi come me fa teatro da ormai 5 anni lo sa, quando fai parte di un gruppo non puoi pensare solo a te stesso. Così ho deciso di mettermi alla prova. Non posso dire che questi due giorni siano stati una passeggiata. Ho avuto degli attimi di cedimento e la voglia di chiudermi in me stessa è stata forte. Ma è proprio in questi momenti che ho scoperto quanto sia importante fare parte di un gruppo. In due giorni ho conosciuto i miei compagni di laboratorio meglio di come abbia fatto in un anno. Ho scoperto persone simpatiche, disponibili, e soprattutto umane. Ho capito il valore della collaborazione. Non vorrei banalizzare il concetto nella frase “l’unione fa la forza”, eppure è così. Venerdì, di fronte a un pubblico tremendo che cercava a tutti i costi di metterci in difficoltà, chiunque di noi sarebbe crollato. Invece non è stato così. Tutti insieme siamo riusciti ad affrontare la situazione e ne siamo usciti in maniera dignitosa. Ho capito che ogni situazione, per quanto possa apparire difficile o insostenibile, va affrontata a testa alta perché non siamo soli e non dobbiamo avere paura di chiedere aiuto. Ho trascorso due giorni diversi, lontano dalla quotidianità e ho capito che ogni tanto bisogna anche concedersi di uscire dagli schemi. Insomma, questa per me non è stata solo un’esperienza nuova dal punto di vista teatrale, ma anche una grande esperienza di vita.

 

Alessia Z. – 3 A liceo

Questa esperienza per me è stata fantastica e divertente.

Prima di tutto, in questo modo ho staccato un po’ la spina dal continuo ripetersi dei giorni sempre uguali e monotoni, casa/scuola e scuola/casa facendo una cosa diversa e piacevole. Poi mi ha dato l’ occasione di conoscere meglio ragazzi del gruppo di teatro con cui prima, passando solo due ore alla settimana insieme, non avevo molto legato.

Inoltre ho avuto l’opportunità di conoscere persone nuove; ragazzi provenienti da altre città che avevano il nostro stesso interesse: fare teatro.

Questa esperienza mi ha fatto mettere in relazione con loro, condividendo o dissentendo le loro opinioni sul teatro.

E’ stata molto divertente sia nei momenti in cui eravamo in pausa e quindi scherzavamo e giocavamo sia quando lavoravamo, cercando di fare tutti assieme un buono spettacolo.

Il secondo giorno, dopo la rappresentazione, abbiamo partecipato al laboratorio di scrittura.

Se devo essere sincera all’inizio pensavo che sarebbe stato noioso e pesante, ma poi partecipandovi l’ho trovato piacevole e interessante. Le persone che sono venuti a tenerci questa lezione ci hanno fatto capire che per scrivere una storia non ci vuole per forza un grandissimo ingegno, ma basta tanta fantasia e divertimento.

Prima che lo spettacolo cominciasse mi sentivo agitata e nervosa tanto che avrei voluto scappare. Ma poi appena la musica è iniziata mi sono sentita serena e rilassata, ripetendomi che avevamo fatto così tante prove che non avrei potuto sbagliare neanche volendo.

Alla fine lo spettacolo è andato piuttosto bene, certo come pubblico era davvero pessimo, ci insultavano e prendevano in giro, però non abbiamo rinunciato e siamo andati avanti fino alla fine a testa alta.

Mi piacerebbe molto ripetere questa esperienza del festival.

In fine il percorso che ho fatto con il laboratorio teatrale è stato molto bello e significativo, mi ha fatto crescere e maturare. Ovviamente ci sono stati momenti in cui ero stanca e non ce la facevo più (il training!), però anche questo mi è servito molto per lo spettacolo.

Il prossimo anno mi riscriverò al laboratorio sicuramente.

 

Andrea B. – 2 A liceo

Non appena ci è stato proposto di partecipare al Festival del Teatro dei Ragazzi a Marano sul Panaro, al contrario dei miei compagni, ero molto scettico. Per natura sono un tipo chiuso e non amo molto le compagnie numerose.

In realtà mi sono dovuto ricredere. Il viaggio è stato molto bello e mi sono divertito molto. Ho apprezzato molto gli sforzi della prof. Glorioso, del regista Pernich e di Elisa la nostra trainer, ma anche della scuola, nel realizzare questo viaggio.

Sono stato bene con i miei compagni di avventura, abbiamo fatto il viaggio in treno senza problemi e abbiamo ricevuto una calorosa accoglienza dal personale dell’albergo che era semplice ma pulito.

L’unico lato negativo è stato doverci esibire al mattino presto ancora non in piena forma. Da segnalare inoltre il pubblico rumoroso che è venuto a vedere lo spettacolo.

Il bilancio è quindi positivo e mi piacerebbe partecipare il prossimo anno ad un evento come questo.

 

Alessia U. – 3 C ITC

Questi due giorni passati con il gruppo di teatro a Vignola sono stati divertenti e interessanti, sopratutto perché ha consolidato il gruppo ci siamo conosciuti e capiti più approfonditamente.
Lo spettacolo è andato bene, abbiamo affrontato un pubblico molto difficile.
Ma l’importate che ci siamo divertiti.
Un’esperienza da rifare.
Voglio ringraziare Marco ed Elisa e in particolare la Prof. Glorioso sempre disponibile e sempre aperta a noi ragazzi.

 

Andrea Z. – 2 C liceo

Due giorni pieni di scoperte e divertimento
Di condivisione e di confronto
Di amicizie e di risate
Una bella esperienza con persone altrettanto stupende
Spero di poter rivivere momenti simili con loro, magari l’anno prossimo, al prossimo festival dei ragazzi.

Sono davvero soddisfatto e mi sento un po’ cambiato.Infatti, e attribuisco il merito al laboratorio, probabilmente non avrei mai parlato davanti ad un pubblico tanto numeroso come quello di Marano!
Sento di aver acquisito un po’ di sicurezza, non solo a teatro, ma nella vita di tutti i giorni.
Il laboratorio ha rappresentato un momento di incontro e di distacco dalla quotidianità, dai pensieri, dalla scuola, dai problemi.
Ho ricevuto stimoli che mi hanno fatto pensare e vedere le cose da altre prospettive ed è per questo che vorrei ringraziare tutti coloro che portano avanti tale laboratorio e la scuola perché ci tiene, ci crede!

 

Veronica – 4 A liceo

I giorni 23 e 24 aprile il laboratorio teatrale della nostra scuola si è recato a Marano sul Panaro per partecipare a un festival di teatro dei ragazzi. Dopo un viaggio di circa due ore con il treno siamo arrivati a Vignola dove c’era l’albergo, abbiamo lasciato i bagagli in hotel e ci siamo diretti a Marano dove abbiamo fatto le prove con esito un po’ negativo. Alla sera abbiamo visto lo spettacolo “Giulia e Romeo” di un gruppo di ragazzi di San Marino. La trama dello spettacolo era la solita storia di Romeo e Giulietta e io sinceramente mi aspettavo una rivisitazione dell’opera originale. Dopo lo spettacolo abbiamo mangiato insieme ai ragazzi di San Marino e poi siamo tornati in albergo. Il giorno dopo, cioè venerdì 24, alle ore 9:00 siamo andati in scena dopo aver fatto training; lo spettacolo nel complesso è andato bene, ci siamo trovati davanti a un pubblico un po’ difficile composto da ragazzi dalle scuole elementari fino alle superiori, continuavano a fare battutine e a ridere però allo stesso tempo mi ha colpito tantissimo un bambino che durante il mio monologo iniziale mentre raccontavo  la storia del mio personaggio mi ha detto che mi avrebbe aiutato lui.  Dopo di noi è andato in scena uno spettacolo di un gruppo di Verona, questo spettacolo mi è piaciuto perché al suo interno c’erano riflessioni riguardanti la vita di noi adolescenti. Secondo me questo festival è stata un’esperienza bellissima perché ci ha permesso di conoscere altri ragazzi come noi che vivono, seppure in modi diversi, la stessa esperienza, inoltre ci ha dato la possibilità di crescere, di conoscerci e di unire il gruppo.

 

Andrei – 2 C liceo

Ho trovato la gita molto divertente e nel complesso la più soddisfacente della mia vita (finora). Mentre trovo che il luogo non abbia una grande varietà di ristoranti, il clima era piacevole e la natura sufficientemente bella. Personalmente ho trovato la mia parte dello spettacolo molto deludente e poco coinvolgente per gli spettatori, ma questa è la mia performance. Infine però la compagnia non era male e c’erano pochi incidenti “diplomatici” (causati da me). Ciò mi rende particolarmente contento dell’esperienza.

 

Valeria P. – 3 B liceo

Questi due giorni trascorsi con il gruppo del laboratorio teatrale d’istituto al Festival teatrale di Marano sul Panaro sono stati sicuramente la più bella esperienza di quest’anno scolastico.

Personalmente ho partecipato al laboratorio teatrale dell’Istituto Calvino per tre anni di seguito (incluso quest’ultimo) e finora ho avuto la possibilità di partecipare a due festival (ma solo uno di più giorni). Tirando le somme, posso affermare che in questi tre anni il laboratorio teatrale mi ha molto aiutata a imparare a esprimermi davanti agli altri, a usare la voce ma, anche e soprattutto, ha migliorato la mia capacità di lavorare in gruppo, inizialmente pressoché nulla.

Soprattutto durante il Festival del Teatro dei Ragazzi, mi sono sentita davvero parte di una compagnia che, a mio parere, quest’esperienza ha reso più unita e più forte. Dico più forte perché, per la prima volta dopo due anni, ci siamo trovati di fronte a un pubblico che, almeno a me, è sembrato di gran lunga più difficile di quello abituale, composto da familiari e amici. Ma proprio grazie a questo pubblico abbiamo imparato ad appoggiarci e a sostenerci nei momenti che precedono lo spettacolo e anche durante e dopo, nel momento delle critiche. Inoltre, passare la notte fuori, mangiare e spostarci insieme, affrontare le difficoltà di ogni giorno con persone che normalmente ho sempre visto solo una volta alla settimana, è stata un’esperienza nuova, che ha messo alla prova la mia capacità di adattamento e ha giovato alla nostra unione.

Durante il Festival abbiamo assistito agli spettacoli di altre due compagnie teatrali: una di San Marino e una di Verona. Abbiamo avuto la possibilità di confrontarci con ragazzi come noi che, però, hanno messo in scena spettacoli diversi dal nostro, sia per l’argomento trattato, sia dal punto di vista stilistico. Il primo spettacolo, molto più “classico” del nostro, era una rielaborazione dal punto di vista di Giulietta di “Romeo e Giulietta” di Shakespeare. Il secondo, invece, almeno secondo me, era molto più vicino al nostro, come genere: ispirato a un opera di Sachiko Kashiwaba, raccontava la storia di quattro ragazzi che, giunti per caso in un paese fantastico, per la prima volta si trovano a dover imparare a essere umili, a guadagnarsi ciò che vogliono e ad aiutare gli altri.

Dopo entrambi gli spettacoli abbiamo passato del tempo con i nostri “colleghi”. È stata un’occasione per confrontarci con dei coetanei e anche per farci qualche nuovo amico.

Il pomeriggio del secondo giorno abbiamo partecipato a un laboratorio di scrittura creativa, con due esperti del campo: uno scrittore e un disegnatore. Questi ci hanno mostrato come si possano inventare nuove storie in modo facile e come una storia possa essere manipolata cambiando la forma in cui è scritta. Quindi dopo aver deciso tutti insieme le caratteristiche fondamentali di un nuovo racconto (protagonista, ambientazione, evento scatenante ecc.) accompagnato da disegni, ci è stato chiesto di provare a scrivere la storia completa. Alla fine, lo scrittore ha invitato chi ne avesse voglia a leggere la propria storia davanti a tutti; alcuni miei compagni hanno letto il proprio lavoro ed in particolare quelli di Andrea Barranco, Marco Coccia e Mariaelena sono stati molto apprezzati da tutti i presenti.

L’attività di scrittura creativa è stata sicuramente preziosa anche come aiuto per la  stesura di temi in classe ma, soprattutto, ha stuzzicato la nostra fantasia e ci ha dato degli strumenti in più per i futuri spettacoli  (dal momento che nel nostro laboratorio siamo noi studenti a inventare i testi).

Al momento del ritorno a casa abbiamo portato con noi molto più del nostro bagaglio di partenza. Penso che questa esperienza mi sia stata utile sia come studente che come persona e ringrazio la scuola per avermi offerto questa grande opportunità assieme a quella di partecipare al laboratorio teatrale.

Personalmente penso che questo sia fare scuola: il teatro ci dà una possibilità in più di esprimerci e sviluppare le nostre abilità.

 

Cristian – 1 B liceo

Questo è il primo anno e la prima volta in cui ho partecipato ad una esperienza del genere. In principio non avevo dato molta importanza al laboratorio di teatro perché non era affatto un’attività che mi poteva riguardare, in quanto sono un ragazzo un po’ timido. I miei genitori mi hanno chiesto varie volte se avevo intenzione di iniziarlo, ma io non ne ero molto d’accordo. La mia professoressa chiedeva e invogliava nella mia classe a partecipare all’attività di teatro, ma io ero sempre incerto se accettare la sfida con me stesso e parteciparvi. Quando ci fu lo spettacolo a scuola, e noi classi del biennio siamo andate a vederlo, mi ha colpito molto il lavoro esposto sul palco. Da quel momento ho deciso di intraprendere questo nuovo cammino. All’inizio mi era un po’ difficile aggregarmi con il gruppo perché in fondo non conoscevo nessuno e farmi avanti mi era un po’ difficile. Quasi tutti del gruppo si conoscevano ormai da tempo, mentre io ero sempre solo. Dopo alcuni incontri ho iniziato a fare un po’ di amicizie e infine ho conosciuto tutti. I miei compagni di teatro mi hanno accolto con le braccia aperte e sono contento di essere simpatico a molti. Durante la preparazione per il nostro spettacolo io mi sono voluto incarnare in un personaggio secondario di Marcovaldo: Michelino, e da quel momento sono Michelino per la maggior parte di loro.

Quest’uscita al festival di Marano sul Panaro è stata un’occasione per conoscere meglio i miei compagni di teatro e condividere con loro due giorni, che infine sono stati per me molto preziosi, ma anche un po’ faticosi. Ho potuto far amicizie con altri ragazzi che svolgono la stessa mia attività e sono molto contento di aver assistito ai loro due spettacoli, molto diversi dal nostro. Sono molo dispiaciuto per i diversi commenti che ho sentito nominare dai ragazzi delle scuole di Marano nei confronti dei miei compagni di Verona che hanno fatto un lavoro molto bello ed entusiasmante.

Il teatro mi sta aiutando molto a combattere la mia timidezza ed emotività e grazie a questo mi sento più sicuro e non ho timore di reagire nelle situazioni difficili.

Sicuramente continuerò questa avventura e la propongo vivamente ai miei coetanei.

 

Giovanna – 3 A liceo

L’esperienza del Festival è stata fantastica. Penso di non essermi mai divertita così tanto facendo teatro, e il fatto stesso di divertirmi con tutti gli altri ‘attori’ mi ha fatto rendere conto della grande importanza del gruppo, di ‘noi’ del laboratorio teatrale. Sono sicura di non aver mai sentito il teatro così vicino come quest’anno e specialmente durante questi due giorni a Marano. Inoltre, avere la possibilità di conoscere altri ragazzi che, diversamente da noi, frequentano delle vere e proprie scuole teatrali, mi ha fatto accorgere che, una volta saliti sul palco, le emozioni e le paure che ci accomunano sono talmente simili che assottigliano sempre di più fino a far sparire quasi completamente le nostre differenze. Perché sul palco non importa se siamo ragazzi di Rozzano, Verona o San Marino, importa solo quanto siamo capaci di interpretare il ruolo che ci è stato assegnato. Siamo unicamente degli attori.

Ringrazio Marco Pernich ed Elisa per il grande lavoro che hanno svolto con noi, sottolineando costantemente l’importanza dell’unità del gruppo; la professoressa Glorioso per tutto l’impegno dimostrato nei nostri confronti e il Preside Marco Parma per averci dato la possibilità di vivere quest’esperienza stupenda.

 

Marco – 2 B liceo

L’esperienza di Marano è stata davvero speciale, divertente e appagante. È stato bello potersi confrontare con altri ragazzi che condividono la nostra passione ma anche, e soprattutto, confrontarci tra di noi del gruppo del Calvino. Ci siamo uniti moltissimo in soli due giorni passando dall’essere semplicemente “tutti amici di tutti” diventando un vero GRUPPO unito. Ho sempre amato il confronto costruttivo e questi due giorni ne sono stati colmi! Parlare con la mente aperta con persone di diverse etnie, scuole di pensiero politico, filosofie di vita e molto altro ha permesso a me, e spero a tutti, di crescere molto. Suppongo si sia già capito da quanto sopra ma lo ribadisco: la cosa più bella del gruppo teatrale è proprio essere un GRUPPO e queste due giornate hanno spinto molto in questa direzione.

 

Matilde – 2 A ITC

Penso che la gita sia stata molto bella e anche d’aiuto per le persone nuove del gruppo o che non si erano inserite del tutto.
Il nostro secondo giorno abbiamo avuto lo spettacolo di mattina, non e’ stato molto facile perché non abbiamo avuto molta collaborazione dagli insegnanti che accompagnavano le classi. Per il resto dello spettacolo abbiamo messo tutte le energie che avevamo per far un bello spettacolo, ed infatti il risultato e’ stato che e’ piaciuto a tutti.
Questa esperienza ci ha legato tutti, anche più di prima.
Io vorrei ringraziare personalmente Marco, Elisa, la professoressa Glorioso e tutti i miei compagni del laboratorio per la magnifica esperienza che mi hanno regalato, da quando ho iniziato il laboratorio, l’anno scorso, fino ad oggi.

 

 

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“L’ultima sigaretta”

Vi è mai capitato di decidere di prendere in mano un libro che per tanto tempo avete trascurato e scoprire che non ci sarebbe stato momento più opportuno per farlo? Vi è mai successo di ritrovare tra le pagine di quel libro parti di voi stessi e delle emozioni che state provando in quel particolare momento della vostra vita? A me sì.
Sul comodino di camera mia giaceva dimenticato “La coscienza di Zeno” di Italo Svevo, l’ultimo dei romanzi assegnatoci come lettura estiva l’estate scorsa che però, un po’ per mancanza di tempo e un po’ perché, devo ammetterlo, il titolo e la quantità di pagine mi scoraggiava, mi ero limitata solo ad “assaggiare”. Dopo un anno, spinta dal senso di dovere e dall’ansia del fatidico “esame di stato”, ho deciso di riprenderlo in mano. E’ proprio sfogliando le prime pagine del libro, nelle quali il protagonista, Zeno Cosini, parla della sua dipendenza dal fumo, che mi sono resa conto di quanto un classico possa essere attuale. In questo capitolo il protagonista descrive la sua “malattia” del fumo come qualcosa di profondamente radicato in lui. Ogni volta che sembra determinato a uscire dalla dipendenza, decide di fumare “l’ultima sigaretta” prima di smettere. Ovviamente, quella sigaretta, in quanto ultima, assume un “sapore” speciale. Il problema è però che l’ultima sigaretta non c’è mai, perché difatti Zeno non ha mai la forza di staccarsi da quel vizio. Ogni occasione di felicità sembra perfetta per fumare “l’ultima sigaretta”, ma ogni momento buio riporta il protagonista a trovare riparo nella sua dipendenza.
Ecco, ora provate a togliere la parola “sigaretta” e sostituitela con qualsiasi altra cosa. Vi siete mai trovati in una situazione simile? Io mi sento esattamente così. Quante volte vorremmo voltare pagina, quante volte sentiamo che stiamo sbagliando, che siamo attaccati ad un passato che ci fa soffrire, che siamo prigionieri di qualcosa, di qualcuno o peggio di noi stessi, dei nostri pensieri, delle nostre paranoie e nonostante questo non riusciamo a farlo? Ci concediamo sempre “l’ultimo momento” perché in fondo cambiare ci spaventa. Ciò che è sicuro, per quanto ci possa far stare male, è controllabile. Peggio ancora poi se la cosa che ci provoca sofferenza ci “ammalia” e ci fa credere che tutto vada bene. Bisognerebbe smettere di pensare all'”ultima sigaretta” e capire che le situazioni difficili si combattono da subito: se c’è sempre bisogno dell'”ultima sigaretta” per ricominciare a “vivere” bisogna accettare l’idea che una parte di noi non vuole davvero cambiare, o è troppo debole per farlo. Cosa fare in questo caso? Forse basterebbe chiedere aiuto.

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EXPO? Sì, GRAZIE

In questi giorni, a scuola, abbiamo incontrato un docente universitario di architettura del Politecnico di Milano. È emerso il parere di un vero esperto sul tema “Expo”. Il docente, infatti, ha collaborato alla progettazione del villaggio destinato ai delegati delle varie nazioni partecipanti all’esposizione universale. Ha visto e vissuto in prima persona i progressi e il grande meccanismo che è Expo Milano. Ci si sarebbe aspettato un accanito difensore dell’esposizione, in realtà si è presentato come un “expo-realista”: expo è già stato progettato e i lavori sono ormai iniziati da anni. Inutile gettargli addosso massi, ma meglio, piuttosto, continuare a lavorare affinché si riesca a mostrare alla stessa Italia che problemi come la corruzione e le infiltrazioni mafiose non sono un blocco, ma un ostacolo da superare. Chi infatti dice “non comprate i biglietti altrimenti contribuirete al diffondersi della corruzione e della criminalità organizzata” di certo non sa che la macchina dell’Expo ha richiesto milioni di euro, parte dei quali sono stati sicuramente usati in maniera negativa.Non comprare i biglietti significa molto banalmente far andare in perdita quest’enorme macchina e perciò creare buchi, o meglio crateri, economici nell’amministrazione del comune, della regione e, in parte, anche dello stesso Stato. Perciò io dico: «Perché fare sempre gli italiani e distruggere tutto? Perché non tentare di portare in fondo un’Opera come questa? Perché non portare avanti invece il lavoro di tutti quelli che hanno lavorato onestamente?». Non dobbiamo sempre coprire il lavoro degli onesti con la sporcizia dei disonesti, ma anzi dobbiamo sempre vedere il lato positivo delle cose, dobbiamo sempre trovare la perla nascosta all’interno della dolorosa conchiglia: essa crea la perla a partire da un corpo esterno che le entra dentro, causandole un forte dolore,  e per sopprimerlo crea intorno a questo, pian piano,  uno strato alla volta, la perla perfetta o, più raramente, barocca. Expo sicuramente ha visto entrare al suo interno il dolore (corruzione, mafia eccetera) ma ha anche iniziato pian piano a cercare di sopprimerlo continuando i progetti e continuando a costruire creando uno strato dopo l’altro. Expo non sarà una perla perfetta, ma piuttosto una perla irregolare, barocca ed è proprio per questa irregolarità che noi abbiamo il compito di andarlo a vedere: per trovare gli errori e le contraddizioni da una parte e dall’altra l’abilità di chi è riuscito a costruire invece strati di perla che risultano irregolari in quanto vi sono dei grossi “blocchi” di dolore. È forse questa la forma del padiglione Italia? Non la radice della vita, ma l’irregolarità della perla, che ne comporta anche la sua unicità e bellezza? È forse meglio vedere Expo come la perla irregolare o solo come il corpo esterno infiltrato che provoca dolore?

 

 

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I Tunisini dicono: no!

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EXPO? NO, GRAZIE

Con l’approssimarsi dell’EXPO si moltiplicano gli inviti ad acquistare biglietti d’ingresso e a organizzare visite collettive agli spazi espositivi. Vorrei allora far presente quanto segue.

Quarantasei imprese che lavorano per EXPO sono risultate infiltrate da cosche mafiose; decine di chilometri di tangenziali, autostrade e svincoli, quasi del tutto inutili, hanno distrutto 1600 ettari di terreno agricolo e di parchi protetti in Lombardia; la spaventosa colata di cemento sul territorio di Rho-Pero ha cancellato 110 ettari di suolo agricolo (il tutto in nome di una nobilissima causa: “nutrire il pianeta”!); il fantastico progetto delle “vie d’acqua” è diventato l’ennesimo oggetto d’indagine della Guardia di Finanza per atti di corruzione. E, come se non bastasse, il ras dei Lavori pubblici Ercole Incalza, legato al ministro Lupi e appena finito in manette, allungava i tentacoli del suo colossale sistema di mazzette e appalti – ma tu guarda! – anche sui lavori collegati all’EXPO.

Insomma, un fiume di denaro pubblico ingrassa i meccanismi di una gigantesca macchina che macina cemento e tangenti, finte metropolitane e inutili corsi d’acqua, autostrade deserte e affollati (quelli sì) comitati d’affari. Il grandioso evento che da anni viene annunciato come epocale e irrinunciabile, fattore di rinascita economica e portatore di benessere per Milano e l’Italia, vetrina scintillante che ci collocherà per sei mesi al centro del mondo, sarà l’ennesima “grande opera” costosa, inutile e dannosa, sponsorizzata da banche, imprese multinazionali dell’alimentazione che desertificano il pianeta, costruttori e, ovviamente, gruppi politici intrecciati con interessi affaristici di ogni genere. E naturalmente non mancherà la grancassa della stampa di regime e delle televisioni unificate che intoneranno il quotidiano inno alla gioia per l’Evento, col Presidente del Consiglio a dirigere la fanfara.

Meno male che almeno il Papa ricorda che è necessario “rinunciare all’autonomia assoluta dei mercati e della speculazione finanziaria e agire anzitutto sulle cause strutturali della iniquità”. Questo concetto l’ho imparato tanti anni fa leggendo Marx, ma mi fa piacere sentirlo esporre dal Pontefice. In un paese in cui la sinistra come forza organizzata non esiste più e dove troppi cattolici sono soggiogati dalla logica dell’economia di mercato e dal fascino del potere, una voce autorevole fuori dal coro aiuta a non perdere la speranza.

Ma bisognerebbe che anche la scuola si svegliasse dal suo torpore conformista e ritrovasse le ragioni profonde della sua esistenza: insegnare a pensare. Criticamente.

Sergio Cappellini

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Alice Torriani – Installazione sonora

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Dillo in italiano!

Una petizione per dirlo in Italiano.

Una petizione per invitare il governo italiano, le amministrazioni pubbliche, i media, le imprese a parlare un po’ di più, per favore, in italiano.

La lingua italiana è la quarta più studiata al mondo. Oggi parole italiane portano con sé dappertutto la cucina, la musica, il design, la cultura e lo spirito del nostro paese. Invitano ad apprezzarlo, a conoscerlo meglio, a visitarlo.

Le lingue cambiano e vivono anche di scambi con altre lingue. L’inglese ricalca molte parole italiane (“manager” viene dall’italiano maneggiare, “discount” da scontare) e ne usa molte così come sono, da studio a mortadella, da soprano a manifesto.
La stessa cosa fa l’italiano: molte parole straniere, da computer a tram, da moquette a festival, da kitsch a strudel, non hanno corrispondenti altrettanto semplici, efficaci e diffusi. Privarci di queste parole per un malinteso desiderio di “purezza della lingua” non avrebbe molto senso.

Ha invece senso che ci sforziamo di non sprecare il patrimonio di cultura, di storia, di bellezza, di idee e di parole che, nella nostra lingua, c’è già.
Ovviamente, ciascuno è libero di usare tutte le parole che meglio crede, con l’unico limite del rispetto e della decenza. Tuttavia, e non per obbligo ma per consapevolezza, parlando italiano potremmo tutti interrogarci sulle parole che usiamo. A maggior ragione potrebbe farlo chi ha ruoli pubblici e responsabilità più grandi.

Molti (spesso oscuri) termini inglesi che oggi inutilmente ricorrono nei discorsi della politica e nei messaggi dell’amministrazione pubblica, negli articoli e nei servizi giornalistici, nella comunicazione delle imprese hanno efficaci corrispondenti italiani. Perché non scegliere quelli? Perché, per esempio, dire “form” quando si può dire modulo, “jobs act” quando si può dire legge sul lavoro, “market share” quando si può dire quota di mercato?

Chiediamo all’Accademia della Crusca di farsi, forte del nostro sostegno, portavoce e autorevole testimone di questa istanza presso il Governo, le amministrazioni pubbliche, i media, le imprese. E di farlo ricordando alcune ragioni per cui scegliere termini italiani che esistono e sono in uso è una scelta virtuosa.

  1. Adoperare parole italiane aiuta a farsi capire da tutti. Rende i discorsi più chiari ed efficaci. È un fatto di trasparenza e di democrazia.
  2. Per il buon uso della lingua, esempi autorevoli e buone pratiche quotidiane sono più efficaci di qualsiasi prescrizione.
  3. La nostra lingua è un valore. Studiata e amata nel mondo, è un potente strumento di promozione del nostro paese.
  4. Essere bilingui è un vantaggio. Ma non significa infarcire di termini inglesi un discorso italiano, o viceversa. In un paese che parla poco le lingue straniere questa non è la soluzione, ma è parte del problema.
  5. In itanglese è facile usare termini in modo goffo o scorretto, o a sproposito. O sbagliare nel pronunciarli. Chi parla come mangia parla meglio.
  6. Da Dante a Galileo, da Leopardi a Fellini: la lingua italiana è la specifica forma in cui si articolano il nostro pensiero e la nostra creatività.
  7. Se il nostro tessuto linguistico è robusto, tutelato e condiviso, quando serve può essere arricchito, e non lacerato, anche dall’inserzione di utili o evocativi termini non italiani.
  8. L’italiano siamo tutti noi: gli italiani, forti della nostra identità, consapevoli delle nostre radici, aperti verso il mondo.

Se vuoi firmare la petizione Dillo in Italiano…

dillo in italiano

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Life in the trenches: la vita nelle trincee

Adelaide Baccara, Dario Comini, Tancredi Covioli, Sara Palleroni
Present

Life in the trenches
La vita nelle trincee

In collaboration with
Biblioteca per ragazzi Rozzano
&
Google

In Trenches

Have you ever wondered what life in trenches was like during World War I? History books often hide it.

Com’era la vita nelle trincee al tempo della Grande Guerra? I libri di storia spesso tralasciano gli aspetti della vita quotidiana dei soldati e dei civili, ponendo l’attenzione solo sulle battaglie e sugli eventi principali.

Soldiers had to live in really difficult conditions, with a lot of problems, such as the lack of a bed or a shelter in rainy days

I soldati, oltre a combattere, dovevano vivere nelle trincee e convivere con molte problematiche, come la mancanza di un letto o di un riparo nei giorni di pioggia. Situazioni di disagio e di sofferenza che si riflettevano poi anche nelle persone comuni, nelle donne, nei giovani, negli anziani e nei bambini di tutta Italia, che videro i propri figli, mariti o padri partire per il fronte e spesso non tornare.

Everyone believed that it would have been a blitzkrieg. Actually trenches started to be built some weeks after the start of the war in the whole continent, from northern France to eastern Europe. In Italy they appeared on the plains and in the mountains.

Tutti erano convinti che si sarebbe trattata di una guerra veloce. Invece, dopo poche settimane, i diversi fronti europei si stabilizzarono ed iniziarono ad essere scavate centinaia di chilometri di trincee, dal nord della Francia fino all’Europa orientale, nell’attuale Polonia e nei Balcani. È spaventoso pensare che la lunghezza totale delle trincee avrebbe potuto circondare la Terra. Questi lunghi corridoi, profondi poco meno di due metri, comparvero da subito anche sul fronte italiano, in pianura, sull’altopiano carsico e in alta montagna, in mezzo alla neve.

How were trenches built? And what was soldiers’ life like?

Nasce quindi spontaneo chiedersi come vennero costruite le trincee, quale fosse la vita di un soldato al loro interno, come dormissero, mangiassero, e quali fossero i problemi di tutti i giorni. In molte testimonianze si possono leggere gli stati d’animo, le emozioni, le paure, la voglia di scappare da quell’inferno.

Men had to live with the fear of death and so religion was the only way to escape that hell. Military chaplains and priests sided with the soldiers in the rear lines in everyday’s life.

La vita sul fronte costrinse gli uomini a convivere continuamente con la presenza della morte. Appare naturale, in mezzo a questa situazione irreale, la presenza della religione, vissuta come fede o più semplicemente come superstizione.
Questa necessità nella vita di un soldato fu risolta dalla presenza dei cappellani militari nell’esercito e dalla massiccia distribuzione di santini e materiale devozionale. Oltre 2200 cappellani militari ingrossarono le file dell’esercito, a cui si aggiunsero anche i preti ed i chierici arruolati nelle retrovie. È curioso che il giorno di Natale del 1914 ci fu una tregua spontanea sul fronte occidentale. I successivi tentativi di cessate il fuoco, tuttavia, vennero soppressi dagli ufficiali.

One of the most important problems was food, both for civilians and soldiers. The quality of meals was terrible, the quantity was pretty scarce. Besides, the quality of drinkable water was very poor, which caused many soldiers to die.

Uno dei grandi problemi durante la Grande Guerra fu quello dell’alimentazione, sia per la popolazione civile che per i militari. Le famiglie nelle retrovie furono vittime di carestie e di malattie dovute a carenze alimentari gravi (come la pellagra), mentre il rancio dei soldati diventava ogni giorno più esiguo e scadente. La scarsa qualità era dovuta alla scelta di cucinare i pasti nelle retrovie e trasportarli durante la notte verso le linee avanzate. Il problema della qualità, tuttavia, era parzialmente sopperito dalle quantità distribuite. Infatti, l’esercito italiano dava ogni giorno ai suoi soldati 600 grammi di pane, 100 grammi di carne e pasta (o riso), frutta e verdura (a volte), un quarto di vino e del caffè. L’acqua potabile invece era un problema e raramente superava il mezzo litro al giorno.

Soldato Che Dorme In Trincea

Shoes were unsuitable due to mud and stony ground. Wounds and frostbites were quite usual. Soldiers were often obliged to create bed shelters in uncovered holes and to sleep stuck together to warm up their bodies.

I problemi erano numerosi anche quando le armi tacevano. Le scarpe erano del tutto inadatte per resistere al fango o al terreno pietroso e questo provocava dei seri problemi ai piedi dei soldati. Le ferite erano frequenti, così come i congelamenti. Le borracce per l’acqua erano di legno, mentre le tende per dormire (quando c’erano) erano inutilizzabili con la pioggia. Molto spesso i soldati furono costretti a crearsi degli alloggi di fortuna per la notte, in buche coperte da un semplice telo, in anfratti del terreno dove si dormiva gli uni attaccati agli altri per disperdere il meno calore possibile. Leggi il resto »

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Alice Torriani presenta “L’altra sete”

Alice Torriani
presenta il suo romanzo
L’altra sete

Sabato, 7 marzo 2015, alle ore 18.00, presso la sala conferenze del Centro Culturale Cascina Grande di Rozzano

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Visita alla Ducati

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Il 17 febbraio 2015, grazie alla gentile collaborazione di alcuni dei nostri professori, dopo aver fatto una breve visita al Duomo di Modena, ci siamo recati a Borgo Panigale per conoscere da vicino una grande azienda italiana: la Ducati.
E’ stata un’esperienza davvero interessante su più fronti, in quanto rappresenta un tentativo ben riuscito di mettere in comunicazione le scuole con il mondo del lavoro; grazie ai laboratori forniti è stato possibile osservare l’applicazione pratica di molti concetti studiati in fisica, come la quantità di moto e gli impulsi. Ci hanno inoltre spiegato che nella loro azienda, come sistema di maggiore gratificazione dei dipendenti, applicano la “job rotation”.
I miei compagni ed io siamo stati molto soddisfatti della gita e spero che anche le future classi possano avere l’opportunità di fare tale esperienza.

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