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La difesa personale

La difesa personale comprende esclusivamente strategie ed insegnamenti per la difesa dalle aggressioni a livello fisico, psicologico e verbale; non è infatti da intendersi come un insieme di tecniche per sopraffare fisicamente un avversario prima che sia lui a farlo.

L’attività di difesa personale serve solo per difesa e mai per offesa, quindi lo scopo non è ovviamente quello di totalizzare più punti dell’avversario, ma quello di terminare lo scontro a proprio favore e nel più breve tempo possibile. Deve essere vista come una prevenzione adatta a tutti.

Lo studio di un’arte di difesa prima di tutto intende dare fiducia in sé stessi ed una conoscenza dei rischi e delle violenze.

La giurisprudenza sull’argomento pone dei limiti alla reazione che possiamo avere di fronte ad una minaccia, ribadendo il principio della “proporzionalità” dell’uso della forza. Tali limiti sono giustamente motivati dalla necessità di salvaguardare in primo luogo la vita umana: la nostra come quella del nostro aggressore che è, come noi, titolare degli stessi diritti di fronte alla legge. Tale impostazione “garantista”, ovviamente, non sembra tenere conto che: al nostro aggressore della nostra salute e del nostro benessere non importa un granché e che di fronte ad un attacco violento e determinato, l’unica possibilità di sopravvivenza è una risposta ancora più violenta e determinata.

Così stanno le cose e questo è il motivo per cui, di fatto, il cittadino che debba legittimamente difendersi avrà sempre qualche difficoltà nel dimostrare di averlo fatto nel rispetto di norme.

La legge, quindi, concede pochissime situazioni ideali in cui chiunque provoca qualsiasi lesione ad un’altra persona, anche se per difesa personale, non è punibile.

Secondo me è importante sottolineare che è inutile sapere infinite tecniche se poi non riusciamo a metterle in pratica nel momento del bisogno. E’ risaputo che atleti bravissimi in palestra non sono riusciti a difendersi per strada da persone che non avevano mai praticato arti marziali.
Questo perché non conoscono la loro reazione di fronte alla paura e non sono addestrati ad affrontarla cosicché l’adrenalina che si è generata in quel momento li ha paralizzati mentalmente e fisicamente.

Quindi in una situazione non abituale, come un pericolo improvviso, se non si ha acquisito una procedura per quella situazione od una situazione analoga e’ come se andassimo in tilt e una paralisi sarà l’opzione più probabile. Per questo motivo ci dobbiamo allenare il più vicino possibile alla realtà. In questo modo creeremo un rafforzamento stimolo- risposta che i tecnici chiamano”memoria muscolare”. In pratica aver provato più volte paura, naturalmente affrontata a piccole dosi, consente di raggiungere un certo grado di assuefazione, come una sorta di vaccinazione.

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Dall’altra parte della cattedra

Cari studenti, care studentesse,

qualcuno di voi mi avrà visto, tra marzo e aprile, aggirarmi tra i corridoi di quello che, fino a quattro anni fa, è stato anche il mio liceo. Alcuni avranno pensato che fossi un alunno un po’ grande, altri un professore un po’ giovane. Ebbene, non ero né uno né l’altro, ma questo lo capirete tra poche righe. Leggi il resto »

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Soluzione delle seconde prove per l’Istituto Tecnico Economico

Sul sito Rizzoli Education troviamo le svolgimento delle seconde prove: http://www.rizzolieducation.it/scuola/speciale-maturita-2017/

economia aziendale

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Soluzioni della prova di matematica 2017

Come ogni anno, sul sito dell’Università Bocconi, troviamo svolta la prova di matematica dell’Esame di Stato: http://matematica.unibocconi.it/articoli/esame-di-stato-2017-la-prova-di-matematica

Soluzioni alternative sono proposte dal sito della casa editrice Zanichelli: http://matutor2012.scuola.zanichelli.it/prove-di-maturita-2/prova-di-maturita-2016-2017/

Utili strumenti per arrivare preparati all’orale per la discussione delle prove scritte.

compito di matematica

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IL LUPO PERDE IL PELO… MA GLI ESAMI NO!

Oneri ed onori di tornare a scrivere su questo blog!
L’onore, come ha avuto il caro vecchio (ma non troppo) Gio, di essere ricontattato, dopo oltre 10 anni, da persone legate a più che ottimi ricordi e l’onere di dire qualcosa di serio essendo un momento Amarcord!

Beh, serio non lo sono mai stato e, in quanto sezione Amarcord, è giusto che debba tornare alla stupidera illuminata di quegli anni.

Non voglio esaurire la mia partecipazione con questo testo e vi tedierò anch’io più in avanti con altri anedotti.
Oggi, però, so che molti di voi sono impegnati nel fantomatico #esame di stato!
Beh, parliamo di canzoni e di film, ispirati a questo momento cruciale della vita ed anche detti popolari: “gli esami non finiscono mai“.

Vi devo dire che effettivamente io la canzone ed il film non li conosco molto bene ma vi posso assicurare che il detto è più che reale.
Non solo per gli studenti fuori corso di 10 anni che fanno da genitori, lavorano e ancora devono finire l’università (si, alla mia età c’è chi si sposa e chi ha dei figli!) ma anche per tutti noi altri (che ci crediamo giovani perché di figli e mogli non ne abbiamo).

Da ora in avanti, sarete messi sotto esame dalla vita oltre che da qualche professore. Sarà la vostra/vostro compagna/o, sarà il vostro capo, saranno i vostri genitori o le nuove compagnie che frequenterete, saranno i coinquilini (già, ora si comincia a ragionare!) o la ragazza che cercherete di conquistare nel bar.
Lontano dal riparo delle proprie certezze, gli esami di 5a, sono lo spartiacque della vita. Ora inizia il divertimento e gli onori di essere “grandi” ma anche gli oneri di rendere conto a se stessi delle proprie scelte e delle conseguenze dei gesti compiuti.

Quest’articolo non è un monito ma una presa di coscienza. Andate, fate e disfate, perché la parte bella comincia ora! Divertitevi, combinatene di ogni, consapevoli che sarete voi a rispondernene però!
Siate grandi ma con leggerezza e godetevi questa “golden age

Come ero solito fare per la fantastica Curiera, a voi una vignetta sprono!
Vita alla vita

DarIO

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Dodici anni dopo Pico

Cari studenti del Calvino del 2018, mi chiedono dalla regia di scrivervi due righe… E chi sono io per dire di no al Prof Paganini?

Vi sembrerò vecchissimo, sono ormai passate almeno una dozzina di primavere dal mio ultimo giorno di liceo.

Come ho impiegato tutto questo tempo? Sono riuscito a iscrivermi a medicina a Pavia, e a completarla nei tempi. A tal proposito vorrei confortare gli aspiranti medici che dovessero leggermi: entrare rischia di essere la parte più difficile, ci vuole tanta determinazione e anche un po’ di fortuna… Ma gli studi non richiedono nessun tipo di mente geniale, solo molta pazienza e una vaga tendenza all’autolesionismo. Traduco: se l’idea di passare giorni interi sui libri mentre fuori c’è uno scintillante sole di giugno e i vostri amici sono a grigliare sul Ticino non vi spaventa… Benvenuti a bordo.

Dopo l’università sono faticosamente riuscito ad iscrivermi alla scuola di specializzazione in pediatria: mi piaceva l’idea di non specializzarmi su una parte delle corpo, ma su un’età! Al momento sono iscritto al quarto anno e il progetto, una volta specializzato, è di restare in ambito ospedaliero. Credo di essere fortunato, amo il mio lavoro: e anche se ogni tanto le madri con cui mi trovo ad avere a che fare in pronto soccorso cercano di evocare il mio istinto omicida (esempio: arrivando alle 3 del mattino per caduta del primo dentino da latte), ho avuto anche i miei piccoli momenti da ER (chiamate nel cuore della notte dalla sala parto) e da specializzando senza frontiere, riuscendo a lavorare per due mesi in Senegal. Ovviamente la quotidianità non è questa: ma il bilancio rimane positivo.

Ma, come dice Pif, facciamo un passo indietro. E torniamo al caro vecchio liceo di Rozzano.

Sono già stato abbastanza autocelebrativo, e non credo vogliate essere asfissiati anche dai miei teneri ricordi liceali… Per quanto vi assicuro che la nostra classe di casi umani fosse veramente eccezionale. Ho pensato fosse più interessante fare un parallelismo tra la vita al liceo e la vita… “dopo”!

I professori: sicuramente ne avrete qualcuno che vi capisce, vi stimola più degli altri (nel mio caso non smetterò mai di ringraziare la Prof Mollo). Godetevelo, approfittatene, perché difficilmente troverete persone così inizio futuro. Rispettate i professori più esigenti (ogni riferimento  alla Prof Schiavo è puramente casuale), perché è grazie a loro che non avrete paura di rimboccarvi le maniche… E sappiate che le interrogazione programmate del Prof Paganini sono un ottimo training per gli esami universitari!

Purtroppo so bene che non tutti i docenti sono fantastici… Mi ricordo le terribili e noiosissime lezioni di scienze, l’antipatia e il disinteresse che mi trasmetteva chi ci faceva lezione. Tenete anche quello! Fate tesoro della vostra rabbia e frustrazione e reagite, perché il mondo del lavoro è pieno di gente così!

Posso dirmi fortunato: i miei amici di ieri sono anche quelli di oggi. É chi era compagno di banco, di stanza in gita, e dei primi giretti in moto.. Adesso è testimone di nozze, compagno di birra.. E di giretti in moto.

Avevamo un giornalino, si chiamava La curiera: eravamo in due co-direttori e un “grafico” che si occupava dell’impaginazione. Il mio vecchio socio è ormai è una giornalista affermato, e lo stesso si può dire del nostro caro grafico, attualmente un grafic – designer di primo livello. Posso vantarmi di essere stato il loro primo collega! Mica poco, no?

Qualche anno mi occupai anche di organizzare un gruppo per l’autogestione: andare dal preside a proporre progetti come questi è oggi diventato interagire col primario per cambiare le cose che non funzionano in ospedale o nella scuola di specialità.

Concludo, mi sembra di avervi tediato a sufficienza. L’ultima raccomandazione è: godetevi questi anni, godetevi gli amici, e se siete così fortunati da aver professori appassionati (leggi: Prof Colavolpe), rubate tutto quello che potete e fatevi aprire la mente. Nella vita fa sempre comodo.

Saluti, in bocca al lupo!

Giovanni Pieri

PS: se qualcuno si stesse domandando chi fosse questo misterioso Pico del titolo.. Non ha che da sfogliare i vecchi numeri de “La curiera“.

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Clima, quando per gli errori di pochi pagano molti

Colorado River, fiume californiano, la situazione è parzialmente migliorata nel 2017
“Colorado River, fiume californiano, la situazione è parzialmente migliorata nel 2017

Lago Ciad nel tempo, vista da satellite, bacino vitale da cui dipendono 20 milioni di persone
Lago Ciad nel tempo, vista da satellite, bacino vitale da cui dipendono 20 milioni di persone

Il presidente TRUMP ha deciso: gli U.S.A. si ritireranno dagli accordi di Parigi sul clima, la notizia è di pochi giorni fa, ma già da tempo si vociferava su questa scelta che non è del tutto inaspettata vista la campagna elettorale in cui più volte ha ribadito le sue posizioni sul riscaldamento globale. Ma cosa sono esattamente questi accordi di Parigi, cosa prevedono che si rispetti e quali sono gli obiettivi prefissati?

Prima di tutto bisogna fare alcune premesse importanti: precedentemente agli accordi di Parigi ci sono state molte altre conferenze riguardanti il riscaldamento globale, queste conferenze costituiscono la Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (in inglese United Nations Framework Convention on Climate Change da cui l’acronimo UNFCCC o FCCC) e generalmente sono state infruttuose poiché spesso i suoi diversi protocolli, come quello di Kyoto, non sono stati rispettati dalla maggior parte delle nazioni ratificanti. La mancata applicazione di questi accordi si deve al fatto che le nazioni non sono soggette a limiti obbligatori sulle emissioni di CO2 come invece è accaduto con l’ultima, quella di PARIGI.

tutti gli esponenti dei paesi ratificanti, Obama esponente U.S.A. in prima fila nel mezzo

PERCHÉ GLI ACCORDI DI PARIGI SEGNANO UN PASSO IN AVANTI?

-differiscono da quelli precedenti poiché sono vincolanti dovendo essere adottati all’interno dei sistemi giuridici degli stati partecipanti con ratifica, accettazione e approvazione.

-cercano di limitare l’aumento della temperatura globale ad un livello inferiore ai 2 gradi centigradi

-sono un piano universale globalmente accettato

-creano una lista di paesi inadempienti(NAME AND SHAME) per incoraggiarli ad attuare il piano sul clima

Ora però non possiamo più parlare di un piano globalmente accettato dal momento che il Presidente U.S.A. Trump si è ritirato dagli accordi di Parigi. Mancherà dunque il contributo americano, cosa importante essendo sul podio degli stati con più emissioni di CO2.

Spezzoni del discorso tenuto da Trump sul clima

Le risposte a questa drastica scelta non si sono fatte attendere, da tutte le nazioni sono giunti numerosi richiami al rispetto degli accordi presi, anche all’interno degli stessi Stati Uniti diversi governatori e a volte le singole città cercano di parteciparvi singolarmente; sembra quasi che l’effetto ottenuto sia stato opposto a quello desiderato…
Serve dunque fermare l’era dei rinvii, dei ritardi e delle mezze misure ed iniziare l’era delle azioni che producono conseguenze.

“if the trump administration won’t lead the American people will, state by state business by business”
trad. “Se l’amministrazione Trump non guiderà gli americani allora le persone lo faranno, stato per stato questione per questione”
AL GORE

tutte le informazioni provengono da wikipedia.
APPROFONDIMENTI UTILI:
a) https://www.youtube.com/watch?v=-JIuKjaY3r4
b) http://www.linkiesta.it/it/article/2017/06/01/cosi-trump-sta-smantellando-ventanni-di-lotte-per-il-clima/34451/

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One Love Manchester

Il 4 Giugno 2017 ha avuto luogo il concerto di beneficenza One Love Manchester, in memoria delle vittime dell’attentato  del 22 Maggio 2017.

La manifestazione, trasmessa dal vivo in almeno 38 paesi, è stata la risposta forte e chiara contro l’odio e la paura del terrorismo: l’amore.  All’evento, organizzato da Ariana Grande, hanno partecipato 50mila persone e sono stati raccolti circa 9 milioni di sterline per le  famiglie colpite.

Questo non vuole essere un articolo sul terrorismo o sulla musica, ma  soltanto un’occasione per ricordare a me per prima che ogni medaglia ha sempre due facce.  Noi ragazzi soprattutto tendiamo spesso a vedere tutto bianco o tutto nero,  senza una via di mezzo.  Ormai sembra ci sia spazio solo per  critiche,  dibattiti accesi in merito ai problemi della nostra società e una negatività sempre più grande che spesso porta a vedere tutto come una strada buia a senso unico, ma ho capito che non è così.

Non è facile il periodo che stiamo attraversando, basti pensare ai telegiornali sempre più simili a bollettini di guerra, ma oltre a questo ci sono 50mila persone che hanno messo in gioco la loro vita per tutti quelli che hanno perso la speranza e la forza di credere in un futuro migliore. Siamo noi gli artefici del nostro destino, il bene e il male hanno sempre fatto parte dell’uomo,  spetta a ognuno di noi scegliere quale delle due parti far prevalere.

Estendendo il discorso anche al nostro quotidiano, possiamo scegliere la via più facile, ovvero criticare, lasciare ampio spazio alla negatività e incolpare sempre e solo gli altri dal divano di casa, oppure possiamo scegliere di accogliere nella nostra vita un pizzico di speranza e positività in più per noi stessi prima di tutto e per il nostro futuro.

Purtroppo tutti noi viviamo delle situazioni difficili nella vita, ma è il modo di reagire che ci rende vittime o no. Talvolta è necessario fermarsi  un istante per vedere  la bellezza dell’uomo, anche se a volte ci sembra nascosta. Non guardiamo solo ciò che ci manca, ma soffermiamoci di più su quello che già abbiamo, non facciamo l’errore di darlo per scontato.

Arianna Tringali

 

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Agonismo: gli atleti del sacrificio

atleta
Quando rimaniamo a bocca aperta guardando nuotare Michael Phelphs o ci incantiamo davanti alla grazia di Roberto Bolle, inevitabilmente si pensa allo sport come elemento unificatore, come linguaggio universale, come attività che fa stare bene… questi valori affiorano alla mente di tutti, ma spesso non ci si ferma abbastanza a riflettere sull’altra faccia della medaglia.
Una volta entrati nella dimensione dell’agonismo lo sport non è più solo una questione di passione.
L’agonismo (dal greco agosmos, lotta) ha un’enorme influenza su tutti gli aspetti della vita di un atleta, a livello fisico, sociale e psicologico: tutto ruota attorno al proprio sport, il resto è secondario.

A tredici anni, quando sono entrata nella squadra nazionale italiana di pattinaggio artistico su ghiaccio, mi allenavo quattro ore al giorno per sei volte a settimana e studiavo di notte.
La mia vita ha assunto un ritmo diverso: la combinazione tra vita scolastica, gare e allenamenti ha escluso qualsiasi altra attività di tipo ricreativo che dovrebbe caratterizzare la crescita di un adolescente, come uscire con gli amici, andare a feste di compleanno o avere un hobby alternativo.
A questi livelli lo sport diventa totalizzante, non lascia spazio ad altro e l’atleta si ritrova a vivere in una costante dimensione di stress e ansia in cui esiste solo il proprio sport, per il quale si devono spendere tutte le proprie energie.
La pressione psicologica che un agonista (di qualsiasi disciplina) subisce è altissima: l’aspettativa personale, quella di allenatori e preparatori atletici e la competizione con i compagni fanno scattare, nella mente dell’atleta, un meccanismo da non sottovalutare.

atletaL’agonista non si accontenta mai di ciò che impara: una volta che un risultato viene ottenuto, diventa scontato, e viene posto immediatamente l’obiettivo successivo, più difficile da raggiungere.
Gli obiettivi devono essere raggiunti ad ogni costo, e per farlo si ricorre a restrizioni alimentari e allenamenti durissimi. Gli atleti diventano come delle macchine, non possono permettersi di essere stanchi o prendersi delle pause, altrimenti deluderebbero gli allenatori che “li rimpiazzerebbero” rivolgendo tutte le attenzioni ad atleti in condizioni fisiche migliori.

L’atleta quindi rimane intrappolato in una spirale negativa di duro lavoro e sacrificio che lo porterà a non sentirsi mai abbastanza bravo e, a causa della stanchezza, a subire degli infortuni.
Gli infortuni sono momenti molto difficili da affrontare per sportivi ad alti livelli, perché comportano una sospensione da gare ed allenamenti. In queste situazioni, gli allenatori sono i primi ad incitare gli atleti a ridurre le tempistiche di guarigione suggerite dai medici per ricominciare ad allenarsi e a “produrre” risultati.

Nel mondo del pattinaggio sul ghiaccio, si dice che un atleta “ha perso il treno” non solo quando smette di allenarsi, ma anche quando non riesce ad imparare in un determinato periodo di tempo alcuni elementi fondamentali, facendosi “superare” dai suoi compagni di allenamento e non riuscendo a mostrare le nuove tecniche durante le gare.
Un agonista non accetta quindi di fallire;  per questo, quando succede, prova una profonda frustrazione per aver lavorato e sacrificato moltissimo e non aver raggiunto il risultato desiderato. Dopo una competizione, l’atleta non è soddisfatto, non dà importanza a ciò che ha svolto correttamente, al percorso che ha fatto per poter partecipare ad una gara internazionale, ma la sua mente è tormentata da quei piccoli errori che hanno dato vantaggio agli avversari.

Avversari che molte volte comprendono anche i propri compagni di allenamento, con cui purtroppo non si riesce a stringere una vera amicizia a causa della continua tensione della competizione.

atletaUn atleta agonista, quindi, deve avere un fisico forte e deve essere in grado di sostenere tutte le dinamiche psicologiche che il suo sport comporta.
Ma fino a quando una persona è disposta a sopportare tutto questo? Questa è la domanda che si pongono tutti gli atleti che, raggiunta una certa età, si sono resi conto di aver sacrificato gli anni più belli della propria vita senza essere diventati dei campioni di fama mondiale, di non aver raggiunto i livelli di Nadal nel tennis o di Carolina Kostner nel pattinaggio.
Questa è la domanda che mi sono posta anch’io due anni fa, dopo il mio quinto infortunio. L’estate in cui abbandonai la mia carriera agonistica (che stavo portando avanti da 14 anni), ho deciso di ascoltare il mio corpo, rispettarlo, e sviluppare quelle passioni che avevo sempre lasciato da parte per il pattinaggio.
Una volta chiuso il capitolo dell’agonismo, mi si sono aperte moltissime porte: ho vinto una borsa di studio di un mese in Giappone, ho imparato la lingua giapponese, ho scoperto di avere una grande passione per le materie scientifiche, ho conosciuto molte persone e sono entrata in contatto con realtà diverse.
Purtroppo, ci si rende conto di quante cose si possono fare oltre al proprio sport solo dopo che si è usciti dalla spirale frenetica dell’agonismo, e si capisce che molte volte le cose vanno prese con più leggerezza solo dopo alcune sconfitte.

E’ importante, quindi, saper distinguere il “fare sport”, inteso come mantenersi in buona salute e avere un gruppo di amici con cui sfogarsi dopo la scuola o il lavoro, dal “fare agonismo”.
L’agonismo è disciplina, è una scuola di vita che non perdona.

Tuttavia, quando ho smesso di essere un’agonista, ho pensato a tutto quello che mi ero persa della mia adolescenza, e ho capito che il pattinaggio mi aveva trasmesso dei valori che mi sarebbero stati utili per tutta la vita.
Grazie all’agonismo ho capito quanto bisogna impegnarsi per ottenere un risultato, che nessuno nella vita regala niente e ho conosciuto lo spirito di sacrificio.
Senza l’esperienza agonistica, probabilmente non sarei in grado di affrontare le situazioni difficili e non sarei la persona che sono adesso.

Camilla Cappellin

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Appello contro la banalizzazione della meritocrazia

A tutti i professori.
All’istituto d’istruzione superiore Italo Calvino, come in ogni altro IIS del nostro paese, si educano i ragazzi perchè possano essere preparati alla vita oltre la scuola, dalle capacità lavorative a quelle logiche, dal senso del dovere al rispetto per gli orari. La frase può sembrare scontata e quasi banale ma è molto importante sottolinearlo poichè tutto ciò che si impara a questo punto della vita può riflettersi sull’intero arco vitale di una persona e, di conseguenza, sulla società che lo ospita, la nostra società.
Spesso ci lamentiamo del fatto che “in Italia non c’è meritocrazia, chi si impegna viene affossato e chi non fa nulla viene portato in palmo di mano” e cose simili: e se tutto ciò potesse essere fermato alle scuole superiori? Il periodo che è certamente alla base del pensiero socio-politico di una persona. Il mio appello è rivolto a tutti i prof: insegnate la meritocrazia a scuola. Molti già la insegnano con i fatti ma insegnatela esplicitamente, ve lo chiedo dal cuore. Parliamone in classe, evidenziamo l’importanza dell’equità nella società. Fate si che la classe dirigente del futuro sappia l’importanza dell’avere ciò che si merita, fate si che sia diversa da quella attuale. Perchè è il dare per scontati certi valori che li fa affievolire, non sono sottigliezze, nulla di banale. Nelle vostre mani avete un grande potere ed una grande responsabilità, sono certo che lo sappiate bene.

Questa lettera vuole essere un appello accorato, non una critica. Nel battermi per l’equità so di essere nel giusto, sentivo di doverlo fare. “Un uomo fa quello che è suo dovere fare, quali che siano le conseguenze personali, quali che siano gli ostacoli, i pericoli o le pressioni. Questa è la base di tutta la moralità umana.” J. F. Kennedy. Giovanni Falcone amava riportare questa frase.

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